La Valle dell'Orco inizia dalla cittadina di Cuorgnè, posta ai piedi delle montagne. Seguendo la nuova superstrada in breve si raggiunge Pont Canavese, che viene facilmente evitato sulla sinistra. Tuttavia, per chi fosse interessato, nel centro del paese c'è la possibilità di arrampicare sulla falesia "urbana" di Rogge. Percorrendo invece la circonvallazione e guardando a sinistra, oltre il fiume, potrete scorgere una parete scura. E' la falesia di Luca (Luca Basolo), una delle ultime pareti di arrampicata sportiva attrezzate e per lungo tempo rimasta frequentata da soli arrampicatori locali. Ripresa la strada originaria si lascia sulla destra anche Sparone (552 m) e la piccola Valle di Ribordone, che si apre sulla destra. Su questi assolati pendii è celata una delle falesie più frequentate della zona, Frachiamo, che si raggiunge per una stretta stradina asfaltata. Continuando nella valle principale ecco sulla destra la falesia di Bosco, forse la più conosciuta della zona per quanto riguarda l'arrampicata sportiva. Riparata dalla pioggia e relativamente calda in inverno risulta frequentatissima per buona parte dell'anno. Poco oltre si giunge al capoluogo della Valle, Locana (613 m), a km 12 da Pont. 

 

La valle assume qui il suo caratteristico aspetto roccioso e incassato, e, poco oltre il paese, è possibile soffermarsi su una bella veduta del Vallone di Plantonetto e del Becco della Tribolazione. Si passano alcune frazioni di poche case e si raggiunge Rosone (715 m), inizio della Valle di Piantonetto, a 16,6 km da Pont. Seguendo la stretta strada per San Giacomo, è possibile raggiungere le rocce di Bugni all'inizio del Vallone di Piantonetto e in buona posizione panoramica sulla parte centrale della Valle. Oltre Rosone la valle piega leggermente a ovest, cambia carattere e si fa più incassata. 

Sulla sinistra appaiono scure pareti tra cui, difficilmente è la struttura dello Zeppelin. Alla sua base, su un masso, c'è la la durissima fessura di Greenspit, considerata forse la più difficile d'Europa. Passata una galleria si raggiunge la frazione di Fornolosa (742 m) dove è possibile ammirare le pareti rocciose sul versante sinistro, molte delle quali praticamente inesplorate. Strette forre granitiche celano alte cascate, mentre più di 2000 metri di dislivello separano il fondovalle dallo spartiacque con la Val Grande. Si passano alcune piccole frazioni tra cui Gera, posta sotto una serie di risalti granitici, questa volta sulla destra della strada. Questa zona è una delle ultime frontiere dell'esplorazione in valle ed è fino a oggi rimasta piuttosto sconosciuta e nota col nome generico di Bambanero

 

Sullo sfondo è invece possibile ammirare il Courmaon, che si apre alla sinistra del Vallone del Roc. Piegando progressivamente verso NO la strada raggiunge Noasca (1058 m), a km 25,8 da Pont, famosa per la sua bella cascata. Prima dell'abitato è possibile ammirare sulla sinistra la bella parete della Torre dell'Alpe Costantino, mentre sulla destra è ben visibile la placconata della Torre di Aimonin, sorretta da una pietraia di grossi blocchi.  

Due ripidi tornanti sono la porta di accesso al cuore "mitico" della Valle: si giunge su uno stretto pianoro, il Pian Dlera (1250 m), ormai all'inizio della gola di Balma Fiorant, celebre per le sue pareti. 

Sulla sinistra si individua subito una grande e scura parete, la cui base è caratterizzata da un bosco completamente devastato dalle valanghe invernali: è la Parete delle Ombre

La strada continua ora nella galleria che evita la stretta gola, ma è possibile seguire per un tratto la vecchia strada (sistemata per il giro d'Italia 2019, ma chiusa alle auto), che fiancheggia la struttura del Caporal.

All'inizio del tunnel, sulla destra, si trova la diramazione asfaltata che conduce alla frazione Balmarossa, punto di partenza per il Vallone di Noaschetta. Tralasciando la galleria ci si inoltra quindi nella gola, passando tra due enormi mässi con scritte dell'epoca fascista. Alla nostra destra piccole strutture granitiche a conformazione di placche offrono belle scalate in aderenza: la Placca del Cacao, la Piramide e il Cubo, al somma di una breve pietraia. 

In alto e sulla destra, visibile di infilata, è riconoscibile il Caporal, la parete più famosa e bella della Valle.

Si continua in salita, ammirando anche l'altro lato della valle, che presenta notevoli pareti granitiche: gli Archi Neri, la Torre Paura dal Cervello, e la grande parete del Serpente di Legno. Continuando per la stradina si arriva a un piazzale con una vecchia gru gialla abbandonata. Una serie di grossi massi segna l'inizio della pietraia basale del Caporal. Questi massi, già conosciuti nell'epoca d'oro del Nuovo Mattino, sono stati di recente rivisitati in chiave moderna. Con due stretti tornanti, ci si porta su uno slargo sotto il Caporal, dove la strada rientra nella galleria e non è più possibile seguire il vecchio tracciato. 

Si sbuca dal tunnel nella parte alta della valle, molto ampia, al cospetto del gruppo delle Tre Levanne, in cui colpisce il largo canale nevoso del Colle Perduto. A sinistra si stacca la vecchia strada che per un tratto è possibile ripercorrere a ritroso, verso la gola prima lasciata. 

Sulla sinistra, contro il tunnel, ecco il celebre masso della Fessura Kosterliz e in alto la grande parete del Sergent; ciò che si può vedere da qui non è che una porzione di tutta la parete! 

Di fronte, sulla destra orografica, vi è la Parete del Disertore, circondata da bellissimi boschi di larici. 

Ancora un poco oltre il piazzale del Sergent, scendendo a piedi sulla strada, si potrà scorgere sulla sinistra la Parete dei Conflakes, di recente valorizzazione. 

Continuando invece dall'uscita della galleria verso monte si giunge alle prime case di Ceresole alla frazione Prese (1501 m), a 32,7 km da Pont.

Rispettivamente a destra e a sinistra, nascoste dai larici, due belle falesie di recente chiodatura: il Droide e la Pietra Filosofale

Inconfondibile a invece, sulla destra, il Dado con le sue belle fessure mentre bisognerà salire sopra di essa per trovare la più celebre di tutte, Sitting Bull

Con dolce salita si passano in sequenza tutte le frazioni di Ceresole adagiata sulla sponda dell'omonimo lago, sbarrato da una grande diga; 1613 m, km 35 da Pont. 

La strada costeggia il lago e scende leggermente alla frazione Villa, ai piedi dell'ampio versante erboso del Courmaon, poi prosegue pianeggiante nella valle che riprende a piegare verso NO. Dopo una strettoia, dove si trovano le frazioni di Chiapili (qui la strada è chiusa nella stagione invernale) è possibile proseguire verso il Colle del Nivolet

Sopra Chiapili, sulla destra, c'è l'ultima tra le grandi pareti della valle conosciuta come la Grande Ala. Proseguendo lungo la strada che si inoltra tra i pascoli prativi, sempre restando sulla sinistra orografica della Valle e con una serie di tornanti, si raggiunge il grande Lago Serrù (2275 m), di colore azzurro chiaro, probabilmente perché raccoglie le acque del superiore Ghiacciaio della Capra. La strada piega decisamente a NE per raggiungere il vicino Lago Agnel (2295 m), pure questo sbarrato da una diga, ma di dimensioni assai più piccole e di colore blu intenso. Poco sotto il Lago Serrù, c'è una piccola paretina dove è possibile arrampicare, estremo refrigerio qualora più in basso, nella stagione estiva, facesse troppo caldo. Verso SO è possibile ammirare la Cima del Carro e la Grande Aiguille Rousse, oltre naturalmente alle Levanne che l'intera conca di Ceresole. Continuando con una serie di tornanti la strada si inerpica sulle pendici pietrose delle Rocce del Nivolet (a destra sentiero per il Colle della Terra) e raggiunge il Colle del Nivolet, 2612 m, 58 km da Courgnè. Scendendo leggermente sul versante Valsavarenche, è possibile scorgere il Gran Paradiso, mentre la strada termina poco dopo l'Albergo Savoia (2532 m) e all'inizio del lungo Piano di Nivolet. Nelle vicinanze si trovano anche alcuni splendidi laghi, meta molto frequentata dagli escursionisti.

2001: i due fuoriclasse finalesi famosi per le loro dita di ferro Giovanni Massari e Guido Cortese ripetono la via 5.13 al Sergent e suggeriscono un più equo grado di 7c+. Non si hanno però notizie di ripetizioni successive... Giovannino compie un intelligente restyling del Dado, salendo alcune fessure in free-climbing e tentando di rilanciare la libera. Intanto il fortissimo Tony Lamprecht sale con apparente facilità il primo tiro di Fragilità Celebrale al Sergent, ma senza chiodi e staffe, senza pensare minimamente di aggiungere spit o chiodi. É 7b+, ma al di là del grado si tratta di un gesto innovativo che sul momento passa del tutto inosservato. 

Intanto sulle orme di Caneparo c'è il giovane Adriano Trombetta, audace e ambizioso. Dopo un breve apprendistato con lo stesso Daniele si lancia in due vie nuove sulle placche ancora libere del Sergent, aperte dal basso e con gli spit, ma con obbligatori severi. 

Trombetta si esprimerà negli anni successivi essenzialmente sulle pareti di Noaschetta, e farà parlare di sè soprattutto per alcuni obbligatori pericolosi. 

 

2002: alcuni fuoriclasse dell'arrampicata libera si interessano finalmente alla Valle dell'Orco. Da un lato ecco Valerio Folco, che pur essendo conosciuto per le sue artificiali è anche un ottimo liberista. E tra i suoi amici c'è il giovane e sconosciuto Massimo Farina, un talento dell'arrampicata libera desideroso di allargare il suo campo d'azione. Valerio propone a Massimo di liberare alcune vie di artificiale del Caporal, sull'esempio di quanto fatto in Yosemite. La prima a cadere è Mangas Coloradas che Massimo valuterà 7a+ (rivelatosi poi severissimo). Ma il Caporal attira  le attenzioni anche del trentino Rolando Larcher che riesce in libera su Colpo al Cuore, già tentata invano da Vighetti e Nardi. É il primo 8a della Valle e non a pochi metri dal suolo! Nel frattempo Trombetta e Caneparo continuano la loro opera di saturazione degli spazi liberi rimasti sul Sergent. 

 

2003: ancora un anno in cui a farla da padrone è la libera estrema. Massimo Farina continua nel suo progetto denominato Macchina del tempo e riesce a liberare la Rivoluzione al Caporal (7c, poi rivalutata 7c+) e il Lungo Cammino dei Comanches. Cristian Brenna e Marzio Nardi tentano di liberare Itaca ne Sole ma solo Brenna riesce in entrambe le lunghezze chiave della via, che grada 8b. Ma la notizia dell'anno è la libera da parte dello svizzero Didier Berthod di Greenspit, una fessura su un sasso aperta da Roberto Perucca anni prima. Didier grada la fessura 8b +, la più dura del Vecchio Continente. Per la prima volta, dopo molti anni, la Valle balza in prima pagina sulle riviste, anche grazie alle bellissime foto, scattate da Frederic Moix. 

 

2004: dopo due anni di grande libera si ricomincia a parlare di aperture di più tiri: è tempo di trasportare l'alta difficoltà sulle grandi pareti, ma è tempo anche di lasciare la propria firma. 

Lo sa bene Massimo Farina che con Ezio Marlier apre una difficile via sul Caporal, all'estrema sinistra, e poi anche sulla Parete del Serpente di Legno. Un altro giovane valdostano osserva le gesta di Farina: è Matteo Giglio, che invitato da Anna Torretta crea insieme a lei due bellissime vie nuove sulla Parete dell'Acqua Chiara, per anni rimasta nel dimenticatoio. 

Altre due vie nuove nascono sulla parete ovest del Cubo, e sono opera di Claudio Bernardi e Gabriele Bar.

 

Storia dell'arrampicata in Valle Orco, tratta dal libro " Valle dell'Orco" , pubblicato da " Versante Sud " di Maurizio Oviglia, protagonista, fiorente apritore e uno dei massimi esperti della Valle Orco.

 

La Valle dell'Orco è una delle più importanti valli italiane e con una lunghezza di oltre quaranta chilometri, costituisce l'accesso all'intero versante meridionale del Gruppo del Gran Paradiso con una tendenza ovest-est, che è perpendicolare alla "Valle d'Aosta" del versante settentrionale del gruppo.

 

Questo è in realtà un fatto un po' strano, che è stato spiegato con la maggiore forza erosiva del fiume Orco, che non si è adattato alla pendenza massima come i corsi d'acqua della Valle d'Aosta, ma ha invece influenzato profondamente lo gneiss sottostante creando così il tipico paesaggio della valle Orco, caratterizzata da bellissime gole rocciose, come quella prima del bacino del Ceresole. La Valle Orco è oggi giustamente rinomata per la sua bellezza: con le sue valli laterali è un vero microcosmo in cui il materiale dominante è sicuramente la roccia, questo famoso gneiss che sembra occupare ogni angolo della valle con placche, pareti, rocce speronate.

 

Questa caratteristica, comune all'adiacente " Val Grande di Lanzo" , ha reso la Valle uno dei luoghi mitici dell'arrampicata su granito in Italia, come la " Val di Mello" nelle Alpi Centrali. A rendere speciali le pareti della Valle dell'Orco, almeno per gli scalatori, è principalmente la "Gola di Balma Fiorant" , dove intorno agli inizi degli anni settanta iniziò l'esplorazione di una serie di pareti che fino ad allora erano passate inosservate.

 

La bellezza e la peculiarità di alcune di queste hanno fatto pensare ad un parallelo con la Yosemite Valley californiana , anche se su scala ridotta. Con l'ascesa delle prima vie sulla parete più suggestiva, chiamata Caporal, l'esplorazione proseguì poi a monte e a valle della gola.

 

Sopra Ceresole fu scalato il Sergent, mentre sopra Noasca e' stata la volta della " Torre di Aimonin", e poi tutta una serie di strutture minori. Quest'isola di granito nel mezzo della valle finì per essere considerata dagli arrampicatori un microcosmo a sé, come se il resto della valle (e le montagne) non esistesse: "Valle Orco" è stata per anni e per gli scalatori solo il tratto che va dal paese di Rosone a quello di Ceresole. Con il passare del tempo, tuttavia, anche le montagne che dominano la valle, come il " Mare Percia" , il " Courmaon", il "Monte Castello" , il " Gran Carro ", hanno assunto la propria identità alpinistica. E un processo simile ha avuto luogo, a un esame più attento, anche nella " Val di Mello" , dove nello stesso periodo ha avuto luogo l'esplorazione delle strutture di granito della bassa valle.

 

Quindi, in conclusione, possiamo dire che sono in presenza di una valle con una ricca storia alpinistica che oggi è diventata quasi un mito, almeno a leggere ciò che è stato tramandato dai cantori di quell'epoca definita come "Nuovo Mattino" , appunto identificabile nella prima metà degli anni Settanta. Una storia alpinistica che non è sempre stata regolare ma ha anche vissuto lunghi periodi di stasi. Ogni parete descritta costituisce un pezzo di questa storia, ma ovviamente la storia è stata fatta dall'uomo e gli scalatori che l'hanno scritta sono stati moltissimi, tanto che e' stato difficile parlare di tutti senza dimenticare qualcuno. Se i più famosi hanno operato un po 'su tutte le pareti, i più discreti si sono spesso legati alle pareti più piccole, eleggendole quasi nei loro giardini personali.

 

Ai tempi del " Nuovo Mattino" la Valle dell'Orco non era che il giardino di pochi arrampicatori un poco rivoluzionari, un giardino segreto che se non fosse stato per la felice penna di " Alessandro Gogna", "Gian Piero Motti" e "Andrea Gobetti" , sarebbe forse rimasto poco conosciuto. Negli anni seguenti, nonostante l'alone di mito e leggenda che è sempre stato respirato intorno a queste rocce, la Valle è sempre rimasta un luogo estremamente provinciale, frequentato dalla gente del posto e da alcuni curiosi che venivano da lontano.

 

In tempi recenti le cose stanno cambiando e gli stranieri stanno diventando sempre più presenti sulle pareti del Sergent e del Caporal . Alcune famose fessure si sono guadagnate la copertina di riviste e l'onore delle cronache sul web, perché per scalarle sono venuti i migliori specialisti internazionali dell'arte. Forse è tempo che la valle dell'Orco venga sdoganata e sieda nel luogo che merita , tra i santuari dell'arrampicata europea . La sua storia è sicuramente affascinante e deve quindi essere tramandata e raccontata a coloro che vengono da lontano, ma queste mura non possono vivere sulle glorie del passato.

 

 
 

Le pareti di bassa valle non sono state considerate degne di attenzione alpinistica prima della fine degli anni sessanta; essa aveva come fulcro principale le rocce del Courmaon, del Becco di Valsoera e della Tribolazione, che avevano già interessato Gervasutti nel dopoguerra. 

Ma parlare della storia della Valle dell'Orco significa parlare innanzi tutto di Caporal e di Sergent e di conseguenza del Nuovo Mattino, movimento dal quale solitamente si considera abbia avuto origine il tutto. Il big bang comunque potrebbe situarsi in modo poco definito alla fine degli anni sessanta, epoca in cui alcuni alpinisti cominciarono a guardare con interesse quelle bastionate granitiche che precedono Ceresole. 

La nostra storia comincia (e finisce) quindi da li, da quel piazzale sotto lo scudo del Caporal.

1972: è l'anno del cambiamento. Per la prima volta cominciano a essere prese in considerazione le pareti di fondovalle. 

Si registrano i primi tentativi di Cotta e Saviane sulla parete dell'Ancesieu, in Valle di Forzo e di Machetto e Gogna sullo Scoglio di Mroz all'inizio della Valle di Piantonetto. 

Quasi in concomitanza avviene la prima salita del Caporal, opera invece delle cordate guidate da Motti e Manera: è l'inizio di un nuovo capitolo. 

 

1973: un anno mitico in cui vengono superati gli standard di difficoltà precedenti con alcune salite  simbolo che sono il frutto della filosofia del Nuovo Mattino elaborata da Gian Piero Motti

Gogna (con Cerruti) continua l'esplorazione dello Scoglio di Mroz con la Via della Torre Staccata, di bellezza notevole, ma l'impresa dell'anno è sicuramente la salita del Sole Nascente al Caporal, à opera di Motti, Grassi e Kosterlitz

Più o meno lo stesso gruppo mette mano per la prima volta alla Torre di Aimonin

Galante e Grassi invece scoprono il Sergent e tracciano la Cannabis, un piccolo capolavoro di libera e artificiale. 

Manera, sull'onda dell'entusiasmo, traccia la Via della Rivoluzione al Caporal, un capolavoro di scalata mista. 

 

1974: si intensifica l'esplorazione delle strutture di bassa valle nella gola di Balma Fiorant ma la novità sono le salite in libera di Galante, veramente estreme e ardimentose, un vero salto di qualità dai tempi di Gervasutti. Galante e Bonelli salgono il Diedro del Mistero e la fessura della Disperazione al Sergent, il Diedro Nanchez al Caporal, toccando probabilmente il limite del VI superiore con scarse protezioni o senza usarle del tutto. 

Manera esplora la Parete delle Aquile e la Parete dei Falchi a lato del Caporal, pareti tuttavia destinate a rimanere per sempre nell'ombra rispetto al Caporal e al Sergent


1975: rispetto ai precedenti è un anno di stasi dove sembra sia rimasto ben poco da dire di nuovo e le vie di rilievo dell'anno sono quelle di Motti al Caporal (Itaca nel sole) e Grassi alla Parete delle Aquile (Grotta Fiorita).

1996: anno nuovamente importante, sancisce il ritorno di Motto alle montagne di casa sua per la valorizzazione in un'ottica moderna dell'intero bacino di Piantonetto. Ma se è vero che anche in questo nuovo corso ritroviamo delle vie impegnative come la Motto-Sartore, si può senz'altro affermare che le nuove vie sono più popolari e hanno un occhio di riguardo all'indice di gradimento dei ripetitori. C'è aria di professionismo ed è innegabile che le vie che sforna ora Motto, pur perfette e tecnicamente ineccepibili, non hanno più il sapore delle sue vecchie realizzazioni. La massa però sembra gradire e Motto diviene quasi una star del moderno alpinismo. Nel mentre sulle pareti di Balma Fiorant Vistarini e compagni continuano a sfornare vie che si inseriscono nel solco della tradizione mentre più in basso, all'inizio della valle, qualcuno comincia a guardare con più attenzione quelle piccole falesie sino ad allora ignorate. Dopo Bosco, vengono chiodate Frachiamo e la Falesia di Luca

 

1997: Manlio Motto procede a tappeto nella modernizzazione del Piantonetto

La via dell'anno è però quella che l'artificialista Valerio Folco riesce a trovare nelle pieghe del Sergent. Diversi giorni per portare avanti Supersonic e difficoltà "new age" mai raggiunte in Valle, anche se valutate sempre A4... Ritorno all'apertura anche da parte della guida locale Roberto Perucca con un itinerario artificiale breve ma molto estetico: L'Escargot al Dado. 

 

1998: nuovamente grande fermento: Oviglia apre una difficile via moderna (spit dal basso) a sinistra del Diedro Nanchez al Caporal mentre Valerio Folce traccia un'altra via estrema di artificiale, questa volta sul Caporal. L'artificiale più duro della penisola? Colpito da un fulmine sul Cervino, se ne va Gabriele Beuchod, uno dei maggiori protagonisti della storia della valle. 

 

1999: il protagonista della stagione è ancora Oviglia che chioda e libera una difficilissima placca sul Lost Arrow, Sergent. La battezza ironicamente 5.13, un grado praticamente sconosciuto in valle. La via in effetti si aggira intorno all'8a e diverrà molto temuta e ambita negli anni successivi, con pochissime ripetizioni. Intanto però riesce subito a ripeterla sua moglie, Cecilia Marchi. 

Nel frattempo Roberto Perucca apre sulla parete del Disertore Orcoidea Selvaggia: sarà una delle sue ultime vie prima di scomparire in un beffardo e tragico incidente in Piantonetto. Se ne va un altro dei protagonisti del dopo Nuovo Mattino

 

2000: un'altra difficilissima via per Valerio Folco sul Caporal, Aereospike, dove si raggiunge il limite dell'A5. In altre parti della valle si pongono invece le basi dell'arrampicata plaisir che sta già dilagando in altre zone piemontesi come la Rocca Sbarua. Tuttavia, fortunatamente, in Valle le vie aperte in questa ottica rimarranno sempre poche e isolate.  

1989: come il 1973 fu l'anno della svolta filosofica che portò all'esplorazione delle pareti di bassa valle, il 1989 può essere sicuramente considerato l'anno della rivoluzione tecnologica portata dallo spit. 

Manlio Motto, paladino dello stile di apertura dal basso con gli spit, in sostanza non fa altro che importare sulle paretí del Gran Paradiso il metodo di apertura di Michel Piola. 

E lo fa, dapprima timidamente, sulle pareti di bassa valle del Vallone di Forzo. È però chiaro a tutti, e fin da subito, che lo spit viene utilizzato con parsimonia e che le difficoltà su cui apre Motto sono alte e poco popolari. Per questo in un primo momento le aperture di Manlio passano inosservate. Viene raggiunto da Motto il limite del 6c obbligatorio tra uno spit e l'altro. 

1990: Manlio Motto, com'era prevedibile, alza il tiro e attacca l'Ancesieu nel Vallone di Forzo aprendo nel suo stile che prevede obbligatori sino al 7a. In un primo momento pochi riescono a salire e in valle si va creando man mano un nuovo mito. Ma ci vorrà ancora un anno prima che Manlio osi attaccare le pareti di Balma Fiorant. 

Ritorna anche Gian Carlo Grassi sul Sergent con una nuova via, ma in parte aperta dall'alto, mentre sul Caporal, si registra il passaggio dei fratelli Remy che aprono la difficile Tapis Roulant, incrociando però, talvolta eccessivamente, le vecchie vie. 

1991: Motto rivolge la sua tecnica a pareti dimenticate o non ancora valorizzate. Nella Valle di Ribordone riesce a trovare la Cima Testona e vi apre numerose vie impegnative. 

È però alla Torre di Aimonin che la cordata Motto-Sartore dà il meglio di sè in apertura, con obbligatori su placca veramente difficili e selettivi. Le numerose vie aperte su questa struttura rimarranno i loro capolavori in bassa Valle dell'Orco, prima che Motto stesso rivolga le sue attenzioni alle montagne del Monte Bianco e del Piantonetto. 

Nei Sibillini muore anche Giancarlo Grassi, protagonista delle prime esplorazioni di Balma Fiorant e di buona parte delle pareti piemontesi. 

1992: ancora Motto e compagni saturano il Cubo con vie più brevi ma sempre impegnative. Rispetto alla Torre di Aimonin, sulle vie del Cubo si incomincia ad avvertire un po' più di indulgenza verso i ripetitori e una certa strizzatina d'occhio all'arrampicata sportiva che si sta affermando in tutta Italia. Da questa proviene Gabriele Bar che con Claudio Bernardi attacca la parete a destra del Diedro Nanchez sul Caporal. La via, completamente a spit, sarà per lungo tempo la più dura della valle, a oggi non ancora completamente salita in libera. 

 

1993/1994: un altro periodo di stasi, questi due anni non offrono imprese di rilievo. È da registrare, infatti, solo una nuova via sulla Parete delle Aquile e una via di Gabriele Bar e Claudio Bernardi sui risalti di bassa valle. 

 

1995: ritorno alla grande di Daniele Caneparo sul Sergent, dove inaugura una via lunga a spit aperta dal basso, con obbligatorio abbastanza impegnativo: Battesimo del fuoco. Più che di impresa si può parlare di salita che fa un po' da catalizzatore per un ritorno alle aperture in modo più regolare. Ma se Caneparo è ritornato con gli spit, Vistarini prosegue nella sua saturazione della Parete dei Falchi, adoperando ben poco i chiodi a espansione. 

1982: i giovani emuli di Bernardi aprono Rattle Snake al Caporal, mentre Manolo e Bassi in persona liberano la via Cochise al Cubo. Manolo strabilia poi tutti salendo a vista Incastro Amaro, il 7a di Bernardi, che nel frattempo si è dedicato alla neonata arrampicata sportiva, e il Totem Bianco alla Parete del Disertore. In valle si affacciano anche Berhault ed Edlinger, le due icone del momento. 

1983: potremmo definirlo un anno neoclassico, quello che sancisce il ritorno a un alpinismo sui binari tradizionali con nuovi protagonisti, nonostante il passaggio di fuoriclasse come Manolo e Bernardi negli anni precedenti facesse prevedere sviluppi verso l'arrampicata sportiva. 

Le pareti del Caporal e del Sergent tornano di moda grazie ai torinesi Caneparo e Oviglia che si distinguono in una serie di aperture tradizionali. 

Il giovanissimo Roberto Mochino impiega 36 ore per una grande via artificiale sul Sergent, mentre controcorrente agisce solo lo svizzero Marco Pedrini che, utilizzando lo spit e aprendo dall'alto, raggiunge il IX grado sulle pareti del Caporal. Sulla stessa parete è da segnalare la prima libera di Tempi Moderni a opera di Michel Faquet: VIII grado su chiodi scadenti.. 

1984: Daniele Caneparo dopo aver scalato in invernale il Monte Castello si dedica alle nuove aperture sulle pareti di bassa valle: rivivono Sergent e Caporal con una serie di belle salite in compagnia di Oviglia, sempre seguendo i binari della tradizione. 

Mentre scompare tragicamente Gian Piero Motti gli spit arrivano sul Sergent, piantati dall'alto come voleva il vento nuovo che cominciava a soffiare impetuoso dalla Francia.  

1985: sono arrivati gli spit ma nel Gran Paradiso attecchiscono poco, solo sulla parete del Sergent. Il personaggio dell'anno è qui l'eclettico Roberto Mochino, capace di andare da una invernale al Lungo Cammino dei Comanches (Caporal) con bivacco su staffe a una salita in libera su spit passando per una grande via artificiale. 

Nel 1985 riesce a saltare dall'artificiale precario di Cocaine agli spit piantati dal basso con Oviglia e Caneparo su Charlot, alla Parete del Disertore

1986: anno di transizione, caratterizzato in bassa valle da alcune importanti prime salite in libera da parte di Oviglia, che prima di trasferirsi definitivamente in Sardegna ripete e sale all free di tutto, dalla iperspittata Miroir Doc alla Grotta Fiorita alla parete delle Aquile fino alle vie di Beuchod. L'amico Caneparo continua invece con le aperture tralasciando gli spit e passando ai pochi settori ancora inesplorati della valle. 

Mochino dal canto suo libera la Cannabis e gli Angeli della Morte al Sergent eguagliando i vertici del IX grado toccati da Pedrini pochi anni prima. 

1987: si tratta di un anno avaro di salite e le poche che vengono portate a termine non utilizzano ancora lo spit, come invece avviene già da tempo nel massiccio del Monte Bianco

1988: altro anno di stasi quasi totale. Gli spit sono però alle porte e cominciano timidamente a comparire nel Vallone di Forzo su vie lunghe. L'autore è la guida Nazareno Valerio che tuttavia per posizionarli si cala ancora dall'alto, come fece Pedrini al Caporal quattro anni prima. 

1976: nuovi protagonisti si affacciano sulla scena ed è così che le cose migliori le fa Roberto Bonelli, sulla Parete del Disertore della Grande Ala, dando l'impressione di un certo smarrimento dopo i travolgenti avvenimenti degli anni precedenti. E comunque evidente la volontà di continuare il discorso lasciato sospeso da Galante, nel frattempo scomparso in montagna. 

1977: altro anno di stasi. La figura emergente nel panorama delle aperture è senza dubbio Isidoro Meneghin, che si distingue subito per alcune vie nuove sulla Parete dei Falchi e sul Sergent (Nicchia delle Torture). Lo stile di Isidoro è comunque più alpinistico, lontano dal free-climbing che aveva ispirato il gruppo di Motti, e non disdegna il massiccio ricorso all'artificiale. Tuttavia moltissime pareti secondarie portano la firma di Meneghin come primo esploratore assoluto. 

1978: Roberto Bonelli riesce, dopo otto anni di tentativi, a ripetere la Fessura Kosterlitz. Lo stesso Bonelli si concede l'apertura di un'altra via sulla Parete del Disertore. 

1979: il VII grado viene finalmente raggiunto, da un giovane emergente, sulle rocce del Caporal: Gabriele Beuchod sale direttamente in libera l'Orecchio del Pachiderma, un'impresa che va oltre le salite di Kosterlitz e Galante.

Bonelli e Beuchod formano intorno a se un piccolo gruppo che si ripropone, in punta di piedi, di continuare a esplorare la valle secondo la filosofia del Nuovo Mattino, senza tuttavia ricercare la difficoltà fine a se stessa. 

 

1980: il palcoscenico si divide. Da una parte le pareti di bassa valle, dove un nuovo arrampicatore di talento come Marco Bernardi si affaccia sulla scena. Dall'altra la montagna, dove Manera e Meneghin continuano l'esplorazione del gruppo e tentano di trasportare anche in quota l'entusiasmo dei tempi del Caporal e del Sergent. A essi si affiancherà presto anche Grassi, iniziando così un nuovo periodo esplorativo. 

Bernardi sale in libera il Diedro Nanchez al Caporal, altro VII grado, quindi il Camino Bernardi al Sergent, VII sprotetto. 

Poi con Grassi raggiunge lo stesso grado in montagna, sul Monte Nero, dando prova di essere un arrampicatore completo. 

Intanto Beuchod e Bonelli non stanno con le mani in mano: con Gogna scoprono la parete dei Cavalieri Perdenti, quindi quella delle Ombre, dando inizio a una serie di nuove vie di poca risonanza ma di alta classe. 

1981: l'interesse si sposta sulle pareti inesplorate di Noaschetta, scoperte da poco. Meneghin e Manera superano la grande parete dell'Ancesieu, poi lo spigolo sud della Torre del Blanc Giuir.

Manera poi si unisce a Sant'Unione per affrontare l'inviolata parete sud del Monte Castello mentre Grassi si dedica a un'esplorazione a tappeto della Cresta dei Prosces in Noaschetta.

In bassa valle, mentre Bernardi raggiunge I'VIII grado (7a) salendo Incastro Amaro al Sergent, Mario Ogliengo posa i primi spit sulla Placca del Cacao. Più discretamente Gabriele Beuchod tesse i suoi capolavori con Nocciolina prigioniera alle Ombre e il Principe al Serpente di Legno. 

GEOGRAPHY

2005: ancora una via nuova di artificiale per Folco sul Caporal, l'ultima di una lunga serie. Purtroppo in febbraio Massimo Farina muore su una cascata mentre si avviava a divenire uno dei più promettenti talenti italiani.

Berthod torna a rifare Greenspit mettendosi le protezioni mentre sale, facendo intuire quanto sia importante l'etica di una realizzazione su certi terreni... 

Adriano Trombetta riesce a liberare La Tromba dell'apocalisse al Sergent (7c+) forse la sua via più difficile. 

 

2006: nuovi personaggi si affacciano sulle rocce della valle, mentre i fuoriclasse sembrano allontanarsene, almeno provvisoriamente. Viene chiodata la falesia della Pietra Filosofale e alcune vie nuove di carattere decisamente più abbordabile di quelle che avevano caratterizzato gli ultimi anni. 

La valle diventa automaticamente più popolare, anche grazie a siti internet come gulliver.it, dove tutti scrivono le proprie impressioni sulle vie ripetute. Il web comincia quindi a influenzare le scelte e a canalizzare le ripetizioni su certe vie piuttosto che altre. Compaiono gli spit su alcune classiche (già all'inizio del decennio) mentre alcuni vengono rimossi. 

 

2007: Fabiano Contarin e amici iniziano ad aprire sulla Parete dei Cornflakes, forse una delle pochissime sino allora rimasta vergine. I liberisti, sembrano essere spariti improvvisamente, ma le vie classiche sono sempre frequentatissime.  

Massimiliano Celano e soci creano Il Droide, forse l più bella falesia della zona. 

 

2008: Rolando Larcher aggiunge un altro 8a al Sergent, un monotiro. Torna in valle Oviglia, che sale due vie nuove al Sergent con pochi spít e molto spazio alle protezioni mobili. In più individua diversi monotiri da fare in clean climbing: si. comincia a pensare alle fessure come a un patrimonio da difendere e preservare. Dello stesso avviso il fuoriclasse belga Nico Favresse, che in un breve soggiorno ripete Greenspit, Itaca nel sole e sale a vista la celebre fessura di Legoland, secondo il suo parere solo 5.11d! 


2009: Oviglia aggiunge diverse vie nuove spostando via via l'accento sul clean climbing. Nel frattempo, fanno lo stesso gli inglesi Tom Randale Pete Witthaker, che esplorano alcune fessure sui risalti della valle che nessuno aveva mai preso in considerazione. Steve Haston scala flash Greenspit e la degrada ad 8b. Michele Amadio e Adriano Trombetta sono protagonisti di alcune belle prime libere. L'autunno è piuttosto caldo: esplode la polemica sul web dopo la schiodatura di alcune vie classiche da parte di ignoti. L'opinione pubblica si divide tra chi rivendica una valle dove arrampicare in tutta tranquillità anche protetto da spit e chi è fortemente contrario alla chiodatura delle fessure e delle vie classiche. In ogni caso la Valle dell'Orco è sempre al centro dell'attenzione...

HISTORY

UNA STORIA DI ROCCIA

Analizzando la sequenza cronologica dei fatti è senz'altro interessante rilevare come in Valle dell'Orco il ritmo delle aperture sia sempre stato variabile e non regolare. Periodi di stasi si sono alternati a epoche in cui un grande fermento catalizzava l'attenzione degli arrampicatori più attivi. 

Limitandosi agli anni più fecondi di aperture, si possono distinguere alcuni periodi ben definiti, che potremmo tentare di catalogare e definire con un termine, anche se questo potrà sembrare uno sterile esercizio accademico: 

 

1973/1976: periodo del Nuovo Mattino. Questa filosofia, elaborata da Motti, porta gli alpinisti ad apprezzare anche le strutture di bassa valle e ad aprire secondo una nuova ottica. Si tratta di un rinnovamento più culturale che tecnico, la difficoltà delle nuove vie ne é solo una conseguenza e non è dovuta ai padri del Nuovo Mattino. 

 

1978/1982: periodo neo-esplorativo. In questi anni gli arrampicatori reduci del Nuovo Mattino, si votano a un alpinismo intimista e poco popolare, come in Noaschetta e sul versante sinistro della Valle dell'Orco. 

In bassa valle il free-climbing raggiunge i suoi massimi livelli con i fuoriclasse del momento senza tuttavia divenire mai (come altrove) arrampicata sportiva. 

 

1983/1985: periodo neo-classico. I reduci si uniscono ai figli del Nuovo Mattino per due grandi stagioni di aperture, sia in montagna che in bassa valle. L'esperienza degli anni precedenti serve ad affrontare le pareti con un'ottica nuova e con rinnovati mezzi fisici ma l'etica di apertura privilegiata ritorna a essere quella tradizionale. 

 

1990/1993: periodo moderno. Gli spit arrivano e sconvolgono la geografia delle pareti di bassa valle e si affacciano timidamente alla montagna.. 

 

1995/1999: periodo post-moderno. Si generalizzano le aperture a spit in montagna ma c'è anche un ritorno al classico e all'esplorazione in modo tradizionale ma su linee più difficili. 

 

2003/2004: la libera estrema. Alcuni fuoriclasse dell'arrampicata sportiva e non visitano la valle: sotto il profilo dell'alta difficoltà è ancora tutto da dire. Ma sarà un fuoco di paglia o solo un preludio per un boom futuro come avvenuto in Yosemite

 

2007/2010: ritorno al futuro. Forse come reazione alla spittatura dilagante sembra tangibile un certo ritorno al free-climbing della fine degli anni settanta, ma con etica ancor più radicale, sul modello anglosassone. Pochi chiodi e quasi niente spit, ma solo protezioni naturali dove possibile. Sembrano delinearsi due opposte correnti di pensiero e le posizioni si radicalizzano. 

Essendo la valle costituita per la quasi totalità da rocce metamorfiche, lo stile di arrampicata è essenzialmente granitico, fatta eccezione per le falesie di bassa valle, dove lo gneiss permette una progressione su tacche a volte nette e volte svasate, su cui è necessario possedere una buona continuità di avambracci. La scalata sulle strutture dell'alta valle è invece squisitamente granitica. Abbondano placche, diedri e fessure. 

Le fessure: la presenza di fessure nette e regolari su buona parte delle pareti, si può dire che abbia contribuito in maniera determinante a creare il mito della Valle dell'Orco. La fama di alcune di queste, prime tra tutte la Fessura Kosterlitz, ha addirittura varcato i confini nazionali e molti visitatori stranieri vengono in Valle dell'Orco proprio per provare a salirle. Le fessure più famose richiedono una perfetta padronanza della tecnica di incastro, cosa che non ha fatto altro che renderle ancora più temute e corteggiate, dal momento che negli ultimi vent'anni almeno in Italia, questo tipo di tecnica è rimasta prerogativa di pochi eletti o aficionados dei santuari granitici. Più rare sono le fessure da superare in dulfer, oppure sulla punta delle dita (lie back). Su queste ultime non è raro trovare anche gli spit, anche se proteggibili diversamente, il che ovviamentę semplifica enormemente le cose. 

I diedri: sebbene non famosi come le fessure, in Valle ci sona alcuni splendidi diedri di varie difficoltà, anche se raramente raggiungono un considerevole sviluppo. Alcuni, come il Diedro Nanchez, si articolano su diverse lunghezze, altri sono lunghi solo 15 metri di arrampicata rude e faticosa, come ad esempio il famoso Diedro del Mistero

Tuttavia la natura dello gneiss, ben provvisto di tacche nette e appoggi per i piedi, obbliga raramente a lunghi tratti di dulfer e più spesso utilizzando la tecnica di spaccata è possibile salire economizzando molte energie. 

Le placche: sebbene non come in Val di Mello, anche in Valle dell'Orco le placche hanno avuto un ruolo importante nella storia locale. Come spesso capita gli arrampicatori si sono specializzati ognuno nel proprio stile e terreno di elezione. La presenza di piccole tacche o cristalli anche sulle placche più lisce ha permesso qui di salire anche oltre le inclinazioni tipiche della scalata di aderenza, rendendo la progressione su questo terreno meno monotona che altrove. Occorre dire che, per fortuna, lo scavo delle prese sulle placche è rimasto un fenomeno circoscritto e limitato. 

Sulle rocce della Torre di Aimonin o del Sergent, i placchisti DOC della Valle hanno spinto molto in alto il livello, potremmo dire ben oltre lo standard raggiunto sulle fessure. Ovviamente, come su tutte le placche granitiche, è necessario possedere buona tecnica, buona forza di dita e... buone scarpe, meglio se rigide. 

Gli strapiombi: sulle strutture dell'alta valle gli strapiombi saliti e/o attrezzati sono rarissimi. è un terreno ancora poco esplorato, a meno che essi non siano solcati da fessure, come nel caso del tetto di Legoland o di Greenspit. Diversamente, nelle falesie della parte bassa della Valle, si scala spesso su terreno strapiombante sfruttando le provvidenziali tacche che offre lo gneiss. Purtroppo in quasi tutte le falesie è abbastanza d'abitudine scavare le prese come era consuetudine negli anni novanta, epoca in cui sono state valorizzate. Come noterete voi stessi non sempre si è scavato su tratti impossibili, ma spesso con il fine di rendere omogenei gli itinerari, eliminandone i passi di blocco. Questa filosofia, come detto in voga agli inizi degli anni novanta, non è nel Canavese ancora superata, e molti arrampicatori rimangono tutt'oggi convinti che i chiodatori abbiano fatto la cosa migliore. E un dato di fatto, comunque, che le vie sopra l'8a sono in valle rarissime... e questo é in parte dovuto all'eliminazione sistematica dei tratti (apparentemente) impossibili. 

Il bouldering: nonostante l'enorme potenziale, il bouldering in Valle dell'Orco rimane una pratica assai sporadica, limitata ai dintorni di Rosone e Ceresole, dove alcune aree sono in fase di valorizzazione. Tra tutti i massi che offre l'alta valle, pensate che solo il Masso Kostelitz offre diversi passaggi censiti e di pubblico dominio. Molto rimane da fare e ogni tanto qualche straniero risolve qualche isolato passaggio, ma attualmente non esiste ancora una comunità di boulderisti che svolga un regolare lavoro di esplorazione e valorizzazione. 

L'artificiale: l'artificiale in Valle ha avuto il suo boom in due periodi storici ben definiti e attualmente rimane una pratica per pochi appassionati. Le prime vie artificiali risalgono ai primi anni settanta, l'epoca d'oro di esplorazione del Caporal e del Sergent. Tra tutte, possiamo dire che una decina di queste sono  diventate classiche e quindi regolarmente percorse in questo stile, anche se negli ultimi anni sono state salite in libera. 

Si tratta per lo più di vie di Al e A2, qualche volta A3, su cui vi è anche parecchio materiale in posto. Raramente occorrono materiali particolari o di ultima generazione per ripeterle, e quasi tutte sono fattibili in una sola giornata.  

Negli anni novanta vi è stata poi l'esplosione dell'artificiale new age, essenzialmente grazie a Valerio Folco che sulle pareti della Valle ha importato le tecniche americane. Le vie di seconda generazione, o se preferite new age, sono oggi raramente ripetute e rimangono prerogativa per pochi appassionati. Per chi volesse ripeterle consigliamo di consultare il sito www.valeriofolco.com onde valutare bene il materiale Occorrente. 

L'arrampicata sportiva: certamente la Valle dell'Orco non è il luogo più bello dove fare una vacanza di arrampicata sportiva e, come è noto, il granito non è la roccia d'elezione per gli amanti di questa attività. Tuttavia le falesie di bassa valle, in particolare Frachiamo e Bosco, sono molto frequentate nei periodi invernali da tutti gli arrampicatori provenienti dal Canavese, e persino da Biella e Torino. Non si tratta di falesie di eccezionale bellezza, ma il fatto che esse siano frequentabili con la pioggia, esposte a sud e... non ultimo... offrano tiri di livello medio- alto altamente allenanti... ha fatto sì che godessero e continuino a godere del favore degli appassionati. 

Essendo poche, le falesie della Valle dell'Orco sono in genere ben attrezzate e ottimamente curate dagli arrampicatori locali. Buoni sentieri di accesso, disegni alla base con elenco delle vie, panchine per sedersi comodamente a far sicura, ghiaia per evitare di impolverare le corde. 

Il clean climbing: una delle scoperte di questi ultimi anni (qualcuno direbbe ri-scoperta), è il clean climbing di stampo anglosassone. In poche parole si sale in libera proteggendosi durante la salita con protezioni naturali (nut e friend). Negli ultimi anni si sono moltiplicate le vie aperte con questa concezione, anche se per ora raramente esse vanno oltre l'una o le due lunghezze. Si tratta, per dirla all'americana, di short climbs dove gli appassionati di questo stile possono cimentarsi con la posa delle protezioni naturali. Nella quasi totalità dei casi si trovano le soste spittate e a volte anche uno o due spit lungo i tiri in tratti non altrimenti proteggibili, anche se in questo caso non si può parlare di clean climbing. 

Sino a tre o  quattro anni fa, in Valle dell'Orco era possibile salire in questo stile solo alcune fessure e/o brevi tratti di vie, e persino su queste si trovavano in qualche caso gli spit. Oggi sembra che questa ulteriore possibilità, che non fa che accrescere il fascino della Valle dell'Orco, conti sempre più adepti e di conseguenza sia rispettata (che significa mantenere pulite le vie concepite in questo stile) anche da chi la considera elitaria e pericolosa. 

I monotiri: sulle rocce basali delle pareti più famose dell'alta valle, si trovano spesso dei monotiri, alcuni completamente a spit in placca, altri in stile misto. E bene quindi attrezzarsi preventivamente con protezioni mobili dove specificato, senza pensare che solo per il fatto che si tratti di un monotiro questo debba essere per forza fattibile solo con i rinvii. I monotiri di libera sono stati in Orco visti sempre come un ripiego ma oggi le cose stanno cambiando, e molti arrampicatori si concedono una giornata sulle pareti dell'alta valle solo per scalare su monotiri. Possiamo poi aggiungere che di vie lunghe ne son piene le Alpi, mentre luoghi dove praticare monotiri granitici, sia con gli spit che senza, sono in Italia ancora rarissimi. In questo senso la Valle ha ancora molto da offrire ed è li che si giocherà il futuro dei prossimi anni. 

Le multipitch moderne: a partire dai primi anni novanta si è andata diffondendo questa nuova tipologia di via, essenzialmente per mano di Manlio Motto prima, e di Maurizio Oviglia e Adriano Trombetta poi. Sostanzialmente și tratta di uno stile ispirato alle vie del Monte Bianco aperte da Michel Piola, che sintetizzando prevede l'uso di spit sui tratti in placca e lascia spazio alle protezioni mobili lungo  le fessure. Queste vie sono generalmente aperte dal basso, fermandosi con i clift-hanger o in equilibrio sui piedi, per mettere gli spit. Ogni apritore, a seconda della sua bravura e della filosofia con cui apre, dona quindi il carattere alla sua via rendendola più o meno severa. L'impegno il più delle volte si traduce nella distanza tra una protezione e l'altra, che su questo genere di vie è espresso dal grado obbligatorio, cioè il tratto più difficile che l'arrampicatore deve per forza superare tra una protezione e l'altra, senza possibilità di aiutarsi con altri mezzi che non siano la propria abilità in arrampicata libera. Se è vero che l'obbligatorio è espresso con un grado, esistono varie interpretazioni sul come assegnarlo, ed esse variano a seconda degli apritori. Esso rimane quindi un parametro altamente soggettivo e quanto mai indicativo. I ripetitori non mancheranno di farsi un'idea personale sulle vie dell'uno o dell'altro apritore, proprio come fosse un marchio di un prodotto. É un'utopia infatti stabilire dei criteri giusti di apertura: ognuno ha il suo concetto di sicurezza e il suo modo di vedere una linea. Se volete un'idea più precisa possibile di quello che andrete ad affrontare riferitevi alla scala S (vedi valutazione delle difficoltà) che ho elaborato con Erik Svab e Nicola Tondini, adottata già da alcuni anni dalle guide Versante Sud. Sappiate che S1 corrisponde grosso modo alla distanza adottata normalmente nelle falesie o poco di più ed S2 a una distanza tra i punti tra i 4 ei 6 metri. Le vie S3 e oltre sono molto impegnative psicologicamente e richiedono padronanza assoluta del grado obbligatorio, vale a dire che esso dovrà essere un grado che normalmente superate a vista in falesia e in montagna su ogni tipo di terreno. 

 

STILE DI ARRAMPICATA

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